Fare teatro non è semplice. Al contrario di quello che può sembrare, richiede molto studio e dedizione. Imparare a memoria le battute non è che l’inizio, poi ci sono le lunghe ore di prove, lo studio del personaggio, la fatica, l’ansia da prestazione, le luci, le posizioni, i cambi scena e tutta quella serie di preparazioni e allenamenti continui e complicati che chi fa questo mestiere seriamente deve continuare a sostenere. Può apparire snervante a volte, è lo è, soprattutto perché, dopo tutta questa fatica, non hai la piena assicurazione di fare una buona figura sul palco. Ci sono giorni, a casa, in cui mi chiedo se davvero ne valga la pena, se non sia meglio scegliermi un’altra passione da coltivare, magari più facile e redditizia. Allora mi chiedo: “Perché fai teatro?”, e non riesco a trovare le parole giuste per rispondermi.

Mi basta però prendere in mano un libro, guardare un film o ascoltare un po’ di musica per vedere tutto chiaro. Ogni volta, guidata da quegli stimoli, la mia immaginazione corre, inarrestabile, disegna mondi, crea storie o più semplicemente dà vita a paesaggi, volti, o emozioni e sento un bisogno incontenibile di comunicarli, non mi basta averli in testa.

Ogni persona ha il suo modo di trasmettere ciò che prova, desidera, le sue aspirazioni, i suoi dolori: Io ho il teatro. Per me rappresenta l’unica via d’uscita da una realtà che mi tiene legato, verso un luogo di infinite opportunità che è il palcoscenico. Lì io posso essere tutto: dal più infame dei bastardi al più grande degli eroi, ma posso esserlo nel modo in cui io scelgo, nel modo in cui io ritengo più bello. Recitare per me è sentirmi forte per me stesso, utile per il pubblico e accettato dai miei compagni di scena. È poter esprimere ciò che mi frulla nella testa senza l’imbarazzo di sentirmi strano, o il timore che altri mi giudichino per ciò che faccio. In una parola, recitare per me è vivere veramente, e so che ciò può sembrare strano, ma non mi interessa. Non si comanda ai sentimenti, così come non si comanda al cuore.

Ecco cosa mi sta togliendo la quarantena, perché non posso fare teatro fuori da un palco, con i guanti alle mani e una mascherina sulla bocca, non è possibile. Farmi indossare queste “cose” mentre recito è come imporre ad un corridore di usare solo una gamba, oppure ad una persona di uscire di casa solo attraverso l’apertura per i cani.

Il teatro ha bisogno di comunicare, io ho bisogno di comunicare, di buttare fuori ciò che sento dentro e sentire sulla pelle ciò che provano gli altri, e da casa, attraverso uno schermo, non posso farlo.

Quindi, se volete sapere cosa mi sta togliendo la quarantena è questo: la Voce.

Stefano Rizzetto

Allievo Corso teatrale Professione Attore Specializzazione


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