Ho scoperto il teatro durante gli anni dell’università. Andavo lì per mettermi in gioco, per sfidare la mia timidezza. Ma quelle lezioni serali sono diventate presto molto di più: un modo per staccare dalla vita di tutti i giorni, per riconnettermi con il mio corpo e con le mie emozioni.

Poi l’università è finita, ho cambiato città, e per due anni nulla. Ma il teatro mi mancava. Così, nel 2018, sono entrata nel gruppo Avanzati del Teatro della Verità di Sesto San Giovanni.

Un contesto diverso, tante nuove sfide. La cosa che più mi ha colpito durante la lezione di prova è stato il gruppo: bello, affiatato, unito.

È stato con il cuore in gola che, prima di Natale, ho detto che non sarei tornata a lezione a gennaio. La mia riserva di energie mentali era troppo bassa. Avevo troppe cose in programma per i primi mesi del 2020. Avevo paura di non essere all’altezza dell’impegno richiesto per preparare uno spettacolo di fine anno.

Due mesi dopo, è iniziato l’impensabile. I primi casi di coronavirus nel lodigiano, le prime chiusure, il lavoro da casa. E, leggendo i messaggi nella chat del gruppo di teatro, ho capito che anche lì stava succedendo qualcosa di brutto.

Non stavo più andando a lezione. Il fatto che non ci sarebbero andati neanche gli altri avrebbe dovuto toccarmi poco. Invece, ho provato un profondo senso di tristezza e inquietudine. Per il mio insegnante, per i miei compagni di corso. Per me che a giugno non sarei andata a vedere il loro spettacolo.

E, man mano che i giorni passavano, ho capito un’altra cosa. Che un pezzo del mio mondo stava crollando. Il teatro era un’isola felice. Un’isola che avevo lasciato temporaneamente, ma a cui contavo di ritornare. Un’isola che pensavo sarebbe sempre rimasta lì, e che invece ora rischia di inabissarsi nell’oceano.

E anche guardarla sprofondare dall’esterno fa male. Perché mentre l’isola sprofonda tu sei su una nave robusta, ma grigia e triste. E gli abitanti di quell’isola sono persone che ammiri. Persone che hanno avuto il coraggio di dedicare la loro vita all’arte. Quel coraggio che tu non hai mai avuto e hai sempre invidiato.

Perché sì, il rischio è questo: che il Teatro della Verità, come tante altre realtà, non riesca più a riaprire.

Io sono fortunata: nessuno dei miei cari ha preso il virus, non corro il rischio di perdere il lavoro. So che, bene o male, cadrò in piedi. Ma ho tanta paura di come sarà il mondo in cui atterrerò. Paura di non trovarci più le cose che rendevano bello il mondo di prima.

Viviana Tenga

Ex Allieva Corso teatrale Avanzati


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